27 Giugno 2019

La valutazione del credito come partner delle PMI

Un’impresa che si rivolge ad un istituto per un finanziamento teme sempre il giudizio di chi dovrà valutare il suo merito di credito: si preoccupa cioè di essere valutata solo in base ai numeri di bilancio e alla Centrale Rischi senza che la banca sappia nulla della sua storia.

L’anno appena trascorso ci ha insegnato che, in un’ottica di migliore approccio al rischio di credito, è di fondamentale importanza conoscere il proprio cliente, costruire pertanto un rapporto continuativo con lo stesso e non basare la propria valutazione di merito di credito unicamente su dati rinvenibili “a distanza” dai bilanci o dalla Centrale Rischi.

Il 2018, infatti, ha dimostrato come tutte le aziende possano entrare in crisi, non importa che nome o che passato abbiano; pensiamo ad esempio al settore delle costruzioni e grandi opere caratterizzato da imprese di grandi dimensioni con una importante storia alle spalle, ma che nel corso degli ultimi anni hanno conosciuto gravi periodi di crisi o default.

Cosa si può fare quindi per ovviare a questa distonia informativa? La banca dovrebbe approcciare il cliente in qualità di partner, in modo da consentire alle funzioni di credito di riuscire a cogliere i punti di forza e di sviluppo e anche i segnali di tensione che possono aiutare il credito a limitare il rischio. I bilanci, la Centrale Rischi e i comuni strumenti di valutazione, ne abbiamo ormai sempre più spesso la prova, non sono in grado di catturare completamente il vero stato di salute di un’azienda e la specificità di un settore, pur in presenza di bravi analisti.
Questi, infatti, devono avere l’opportunità di entrare più spesso in contatto con le aziende non soltanto due volte all’anno esaminando un bilancio, ma parlando con il management o addirittura supportandolo nelle strategie.

Le strutture di valutazione dovrebbero conoscere sempre di più i propri clienti per capirne meglio il business, il profilo di rischio, i vari settori ed i relativi trend; se vanno in crisi diverse imprese che operano nel medesimo settore in un arco limitato di tempo, è dovere della valutazione analizzare il fenomeno e quantificare che concentrazione di rischio la banca ha in quel comparto per attivare azioni volte al suo contenimento. Spesso gli studi di settore e le analisi di mercato non sono così veloci nel cogliere certi segnali.

È inoltre auspicabile che il credito, funzione preposta all’erogazione e alla tutela del rischio, possa essere sempre più a contatto con il cliente grazie anche a strumenti automatici che via via rendano più veloce l’analisi numerica dei bilanci e soprattutto liberino tempo per altre attività al fine di:

  • capire le reali esigenze delle imprese e quindi offrire le migliori soluzioni finanziarie possibili a disposizione della banca per supportarne i programmi di crescita.
  • coglierne le criticità prima che si manifestino e agire di conseguenza (riducendo il rischio, ristrutturandolo, ecc.).
  • individuare elementi “soft” quali, ad esempio, la continuità storica dell’azienda cliente e il livello di innovazione tecnologica che persegue. Infatti, le imprese che riescono a competere sui mercati sono quelle che hanno un know how difficilmente replicabile o estremamente innovative.

A supporto di quanto detto sopra è opportuno ricordare quanto accaduto in sede di approvazione del nuovo Codice della crisi di Impresa. La discussione nell’ambito della riforma del Codice della crisi si è incentrata sull’individuazione di indici economico finanziari predittivi in grado di anticipare lo stato di crisi. I più grandi professionisti della materia non sono riusciti a mettersi d’accordo, il perché è chiaro: sappiamo che non esiste un indice o una variabile che vada bene per questo scopo e sia valido per tutte le aziende. La risposta non è in un numero o in una variabile specifica, ma nel diverso modo di approcciarsi al cliente. Questa deve essere la sfida delle strutture di credito: conoscere davvero il proprio cliente, coglierne le opportunità migliori e presidiarne il rischio.

 

di

Andrea Paschina,

Responsabile Valutazione Fidi

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